venerdì 21 novembre 2008

Troppi giorni di ordinaria follia



Marco Cedolin

La strage familiare di Verona, nella quale ieri un commercialista ha ucciso a pistolettate la propria moglie ed i loro tre figli, prima di rivolgere l’arma verso sé stesso e suicidarsi, riporta l’attenzione verso la tragedia degli omicidi – suicidi all’interno della famiglia, diventati ormai una costante della cronaca nera giornaliera. Tragedia all’interno della quale emergono in maniera drammatica tutte le contraddizioni di una società “malata” che fagocita le menti dei propri figli sull’altare di un fantomatico progresso.

Si vive immersi in una cacofonia di stimoli sensoriali, indotti al solo scopo di aumentare in maniera esponenziale i bisogni materiali dell’individuo, in ossequio alla logica consumistica che per sopravvivere necessita d’innescare sempre nuovi bisogni al soddisfacimento dei quali è assoggettata la felicità di tutti noi. Felicità che non tarda a tramutarsi in insoddisfazione e frustrazione per la stragrande maggioranza delle persone che non posseggono le disponibilità economiche sufficienti per l’acquisto di tutte quelle merci e servizi che (pur non essendolo) vengono percepite come indispensabili. Il consumo, e conseguentemente l’accumulo del denaro che lo consente, sta diventando ogni giorno che passa sempre più l’unico terminale delle ambizioni di individui che sono stati indotti ad accantonare qualsiasi valore morale (onestà, saggezza, integrità, altruismo) ritenuto superfluo, quando non addirittura controproducente al raggiungimento dello scopo.

Il “fare soldi” è diventato lo scopo di vita precipuo, essendo questo obiettivo instillato già nelle menti dei bambini fin dalla tenera età, bimbi che si vuole fin da subito vincenti, competitivi e cinici. L’arricchimento culturale, artistico e intellettuale non viene al contrario tenuto nella minima considerazione, tranne qualora possa venire facilmente monetizzato.
In conseguenza di ciò nei modelli proposti dalla famiglia e dalla scuola, l’imprenditore edile che “si è fatto da sé” ed ha accumulato ville ed auto potenti è la rappresentazione del vincente da imitare, contraltare dell’ottimo violinista o scrittore che non avendo però ottenuto adeguato ritorno economico dal proprio lavoro è stato costretto a vivere negli stenti e risulta pertanto perdente di fronte alla vita.

L’interpretazione dell’esistenza sotto forma di battaglia, dove l’aspirazione all’accrescimento materiale ha fagocitato ogni velleità di crescita interiore, l’abitudine di suddividere le persone in vincenti e perdenti, il senso di competizione che deve accompagnare ogni attimo della giornata, sono tutti elementi che contribuiscono ad aumentare il grado della frustrazione individuale. In ogni competizione infatti accanto ad un vincitore ci saranno molti perdenti e nella nostra società trasformata in una sorta di “gara a fare soldi” tutti coloro (la grande maggioranza) che non saranno riusciti nell’impresa finiranno per percepirsi come inadeguati e disadattati in quanto perdenti in una società dove è obbligatorio vincere.
Ma è proprio nell’ambito della famiglia e degli affetti che l’individuo cresciuto per “competere e basta” mostra tutta la propria inadeguatezza, all’interno di rapporti interpersonali diventati sempre più difficili, pregiudicati come spesso accade dalla mancanza di sensibilità, dalla incapacità patologica di aprirsi agli altri, di dare e ricevere amore in completa gratuità. L’individuo forgiato per l’unico scopo dell’arricchimento monetario e della competizione, finalizzati a conseguire idilliache “carriere” prodromiche di fantomatica felicità e realizzazione personale, finisce per trovarsi completamente spiazzato di fronte ai propri simili, abituato a considerarli da sempre unicamente nella veste di avversari. Nella creazione di un rapporto di coppia o di amicizia egli finisce infatti per portarsi dietro quella sorta di “arena” che gli è propria, con il contorno di competizione, invidia e sopraffazione che finiranno giocoforza per minare mortalmente in profondità il rapporto stesso.

I ritmi frenetici imposti dalla tecnomacchina e la tendenza sempre più esasperata all’ipercinetismo, quale espediente per non doversi mai soffermare un attimo “a pensare” riducono la nostra vita ad una corsa continua nel nulla delle nostre ambizioni. Manca sempre il tempo. Il tempo per gli affetti, il tempo per noi stessi, il tempo per vivere, il tempo per quella manifestazione d’intelligenza ormai in disuso che è il pensiero. Le nostre esistenze sempre più spesso finiscono per scimmiottare in maniera grottesca i modelli della radio e della TV, dove la fretta imperante, ancorché ingiustificata, alterna notizie urlate senza tirare il fiato a interminabili eternità di orientamenti agli acquisti.

Accade inoltre molto spesso che anche chi è riuscito ad arricchirsi e perciò “a vincere” sia stato costretto a pagare un prezzo comunque inaccettabile per questo suo successo. Accade che alla fine della “battaglia” invece della felicità agognata gli si palesi dinanzi il nulla della propria vita affettiva, l’assoluta mancanza di rapporti veri, un abisso inenarrabile di solitudine.
Proprio l’estrema solitudine interiore è una delle risultanti maggiormente deleterie indotte da un modello di vita ipercompetitivo. L’individuo chiuso ermeticamente nel proprio io non può infatti permettersi di condividere realmente con nessuno il proprio tentativo di abbarbicarsi sempre più in alto nella scala sociale, neppure con le persone che gli stanno accanto, essendo anch’esse potenzialmente elementi della competizione.
Sempre più marcatamente le famiglie si stanno trasformando in un ricettacolo di persone aliene l’una all’altra in quanto perse ciascuna nella propria individualità impermeabile rispetto all’esterno. I mariti, le mogli, i figli ed i genitori, all’interno di nuclei famigliari sempre più atomizzati, hanno modo di rapportarsi fra loro solamente quando la coincidenza dei rispettivi “tempi liberi” lo consente e quasi sempre si tratta di contatti superficiali, poiché in fondo all’animo continuano a rimanere degli estranei. Molto spesso le persone passano più tempo con i colleghi in ufficio o in fabbrica di quanto non ne trascorrano con il proprio partner ed i propri figli.
Ne consegue che quando si ritrovano l’uno di fronte all’altro non riescono a trovare nulla da dirsi, quasi fossero separati fra loro da una sorta di muro invisibile. Si scoprono attori di vite diverse, chiusi all’interno della propria incomunicabilità patologica, incapaci tanto di dare quanto di ricevere.

Tutti questi elementi contribuiscono a creare una società ansiogena ed isterica nella quale la depressione, i raptus di follia, i casi di suicidio e le stragi familiari continuano a crescere in maniera vertiginosa. Ma la causa scatenante che più di ogni altra spesso s’innesca sul retroterra di tante vite che non hanno il tempo di viversi, fino a determinare delle alterazioni comportamentali anche profonde e violente è la “precarietà”.
Precarietà del lavoro, inteso come mezzo per esistere, per essere accettati dagli altri, per avere una dignità, dal momento che un disoccupato nella nostra società finisce per somigliare ad un morto che cammina, invisibile a tutto e a tutti, e proprio il numero dei disoccupati, testimoni silenziosi di quella sconfitta che mette terrore, sta continuando ad aumentare in maniera esponenziale.
Precarietà degli affetti, figlia dell’incomunicabilità e di quella paura atavica della solitudine che da sempre portiamo dentro di noi.
Precarietà di tutto ciò che possediamo o forse semplicemente pensiamo di possedere, precarietà di una vita trasformata in competizione, dove alla fine non vince nessuno e stiamo perdendo tutti la nostra umanità.

14 commenti:

SCHIAVI O LIBERI? ha detto...

Perfettamente d'accordo con questo tuo bellissimo articolo. Tempo fa sul lavoro, mi dissero che ero troppo onesto e ciò non mi avrebbe portato risultati, che mi sarei dovuto disinteressare degli altri perchè alla fine la cosa migliore è pensare a se stessi.
Io ho risposto "povero ma onesto". Alla fine, preferisco vivere la mia vita il più possibile da umano che venderla all'imprenditore di turno, nel deleterio tentativo di raggiungere sogni impossibili.
Un caro saluto,
Marco.

Framaulo ha detto...

Accipicchia, Cedolin, grandioso post, che quoto dalla prima all'ultima riga.

Walter ha detto...

Come non darti ragione...Lottiamo per una sana decrescita!

Carlo Gamebscia ha detto...

Ottimo Marco, l'ho ripreso su ContrAgorà.
Un abbraccio,
Carlo

marco cedolin ha detto...

Cari Marco, Framaulo e Walter,
vi ringrazio per i commenti e sono felice che abbiate condiviso la mia riflessione.

Caro Carlo,
grazie per avere postato l'articolo su ContrAgorà, so che avrei dovuto farlo io ma ero indeciso nella scelta del momento in cui non avrebbe procurato intasamento :-)

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie a te.
Non ti preoccupare, non mi dispiace fare il vigile urbano :-)
Un abbraccio,
Carlo

Anonimo ha detto...

salve, leggo il suo blog per la prima volta, devo dire che mi é sembrato molto interessante e anche se non lo condivido in pieno merita comunque tutte le attenzioni possibili perché mostra un'opinione fuori dal coro.
L'unica pecca secondo me é il riferimento al commercialista di verona, credo che una tragedia come questa non debba essere strumentalizzata anche perché i motivi di tale gesto sono ancora abbastanza oscuri.
grazie

gas_1986 ha detto...

ciao Marco...questo tuo post è GRANDIOSO...hai riassunto in una pagina il declino della nostra società...abbiamo scelto un modello di sviluppo masochista!!!!

senza esagerare,questo scritto,dovrebbe essere una prefazione di tutti i libri di storia a scuola...

whitehart ha detto...

Salve a tutti. Oltre a fare i complimenti al "padrone di casa", volevo avvertirlo del fatto che spesso "rubo" i suoi ottimi articoli, pubblicandoli sul sito www.ideesupposte.net.

Ovviamente indico sempre con chiarezza autore e blog alla fine di ogni articolo.

Un caro saluto.

marco cedolin ha detto...

Gentile anonimo,
il riferimento al commercialista di Verona, lungi da qualunque velleità di strumentalizzazione, è dovuto solo al fatto che si tratta di una fra le più recenti e più sanguinose tragedie familiari.
Il mio articolo non ha assolutamente la pretesa di "spiegare" le motivazioni di una siffatta tragedia, al contrario si limita a portare delle riflessioni (spero interessanti)in merito all'humus sociale all'interno del quale nascono settimanalmente decine di tragedie (spesso ignorate dai media)tutte diverse fra loro ma in larga parte comunque riconducibili alla disgregazione della società e della famiglia.

Grazie per il commento e un caro saluto.
Marco

marco cedolin ha detto...

Caro Gastone,
ti ringrazio per i complimenti, in larga parte immeritati. Al di là di quale possa essere la valenza del mio scritto, sarei felice se ogni tanto nella nostra "società ad alta velocità" riuscissimo a fermarci un attimo a riflettere su dove stiamo andando.

Caro Whitehart,
grazie per i complimenti e per il "furto" degli articoli, dal momento che l'interesse verso il mio lavoro non può che farmi piacere.
Verrò a leggere il tuo sito al più presto.

Anonimo ha detto...

Veramente un bell'articolo, complimenti..
Un'analisi lucida, benché imperniata di amarezza, che rispecchia perfettamente, ahimè, la nostra società, frutto del tanto acclamato progresso...
Sono capitata qui per caso, ma credo che tornerò molto presto...
Saluti
Luciana

marco cedolin ha detto...

Benvenuta Luciana,
grazie per il commento ed i complimenti.

Torna presto.
Marco

Anonimo ha detto...

Un post acutissimo e profondo.
COMPLIMENTI Marco.
Complimenti veramente.