domenica 8 gennaio 2017

L'uomo nuovo

Marco Cedolin

Quando intorno alla metà del secolo scorso l'elite mondialista che di fatto gestisce le sorti del pianeta e dei suoi abitanti iniziò a strutturare le basi per la costruzione di un nuovo ordine mondiale (o comunque lo si voglia chiamare di una nuova società che potesse risultare funzionale ai propri interessi) comprese immediatamente come la globalizzazione fosse la strada migliore da percorrere per ottenere il risultato voluto. Le basi di un progetto di questo genere erano già state poste negli anni 30, quando il Council on Foreign Relations americano concepì strutture come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario internazionale che nacquero ufficialmente a Bretton Woods nel luglio 1944 ed ebbero senza dubbio modo di affinarsi quando a partire dal mese di maggio 1954 iniziarono le riunioni del gruppo Bilderberg, deputato a fare sintesi e delineare le strategie.......
Nello stesso periodo, ad ottobre del 1947 a Ginevra vide la luce il GATT (General Agreement on Tarifs and Trade) composto inizialmente da 18 paesi fra i quali l'Italia (che entrò a farne parte nel 1949) e destinato a comprenderne 37, che si proponeva l'obiettivo di eliminare tutto ciò che potesse in qualche misura ostacolare il commercio internazionale.
Il capitalismo fordista, inteso come modello basato sulla produzione ed il consumo, aveva ormai fatto il suo tempo, così come stavano diventando anacronistici i paletti imposti dalla presenza degli stati sovrani, delle politiche protezionistiche dei vari governi e di tutto un universo di peculiarità e differenze che di fatto ostacolava la creazione di un mercato unico globale. Nei decenni successivi sarebbe stato necessario smantellare in maniera certosina ogni ostacolo che potesse frapporsi alla costruzione di una società globalizzata, dove le merci e gli uomini (merce) potessero circolare senza alcun intralcio, per venire incontro alle esigenze di profitto e dove la finanza e le grandi banche di affari, a braccetto con le società multinazionali, acquistassero sempre più peso rispetto alla politica, fino ad arrivare a dirigerne e determinarne le scelte.
I cittadini occidentali da poco usciti dalla guerra mondiale vivevano il boom economico, lavoravano, risparmiavano, consumavano ed anelavano ad un futuro migliore. Abbandonavano le campagne per andare a lavorare in città, "modernizzavano" le propre usanze ed i propri costumi, sempre guardando all'America come al faro illuminante dal quale trarre ispirazione. Erano indirizzati sulla buona strada, ma avrebbero avuto ancora molto cammino da fare.
I cittadini del blocco sovietico vivevano racchiusi in un bozzolo, impermeabile a tutte le ingerenze esterne, fra le pieghe dell'economia pianificata. Di strada da fare ne avevano ancora tanta, ma un bel giorno sarebbero arrivati anche loro alla meta.
Quelli del "terzo mondo" vivevano soprattutto grazie all'autoproduzione, praticavano l'agricoltura e la pastorizia finalizzate alla propria sussistenza ed il loro peso sullo scacchiere del progresso, basato sulla società crescita e sviluppo risultava tutto sommato di poco conto. Al contrario di quello dei paesi in cui vivevano, spesso ricchi di risorse che per la crescita e lo sviluppo occidentale sarebbero diventate indispensabili. Comunque un giorno non così lontano anche loro avrebbero concorso alla formazione del villaggio globale.


Il processo di globalizzazione avrebbe necessitato di tempi lunghi, di strumenti tecnologici nuovi che permettessero la creazione di una non - cultura globale volta a sostituire la miriade di culture preesistenti, della collaborazione di tutti gli organismi di potere, in qualsiasi luogo ed a qualsiasi livello.


La fine del novecento


Nel gennaio del 1995, dopo 8 anni di negoziati fra i paesi aderenti al GATT, sempre a Ginevra nacque il WTO (World Trade Organisation), al quale attualmente aderiscono 161 paesi che rappresentano circa il 97% dell'intero commercio mondiale di beni e servizi. Lo scopo principale della nuova organizzazione era quello di perfezionare il lavoro fino a quel momento svolto dal GATT, nella creazione di un mercato unico globale che di fatto godesse di un potere sovranazionale e fosse in grado di determinare e gestire le politiche economiche su scala mondiale, di concerto con istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Un altro passo importante sulla via della globalizzazione era stato compiuto, le nazioni avrebbero progressivamente ceduto sempre maggiori quote della propria sovranità, mentre gli "uomini merce" si sarebbero omologati sempre più gli uni con gli altri, abbandonando la propria identità e le proprie tradizioni, trasformandosi in soggetti interscambiali fra loro, da potere gestire e spostare a piacimento sullo scacchiere mondiale.
In Occidente la popolazione aveva raggiunto intorno alla metà degli anni 80 il maggior momento di "benessere economico", sull'asse del modello crescita e sviluppo. Le città erano densamente popolate, inquinate e vivaci, all'acme di una migrazione trentennale dalle campagne. Il livello di occupazione era alto, quello dei salari discretamente buono, i diritti dei lavoratori, dopo le "conquiste" dei decenni precedenti risultavano elevati. Ormai tutte le famiglie possedevano una o più auto, fiorivano le seconde case, le persone avevano tempo libero e risorse da dedicare ai viaggi e alle vacanze. I consumi erano estremamente elevati, l'impegno politico stava sparendo, sostituito dai nuovi modelli sociali ispirati dai media e dalla televisione. L'uomo della strada si considerava tutto sommato felice, attraverso i viaggi organizzati iniziava a sentirsi cosmopolita, lavorava, consumava ed andava a divertirsi, nella maniera in cui i nuovi modelli sociali gli suggerivano di fare.
La caduta del muro di Berlino, avvenuta nel 1989 ed il crollo dell'Unione Sovietica verificatosi a cavallo del 1990, seguito dalla disintegrazione della ex Jugoslavia, mandarono in frantumi quella sorta di bozzolo in cui vivevano i cittadini dell'Est, diventati improvvisamente permeabili e ricettivi al canto delle sirene occidentali. Entro breve tempo anche loro avrebbero potuto godere di tutti i benefici del modello crescita e sviluppo, mangiare al Mc Donald's, guardare i film americani e sentirsi cittadini del mondo.


In quegli stessi decenni, nei paesi del "terzo mondo", già pesantemente depredati delle proprie risorse durante il periodo coloniale, la Banca Mondiale ed il FMI, attraverso i vari organismi da essi controllati, hanno imposto una nuova forma di colonialismo declinata nel segno dello sviluppo.
I governi locali (spesso collusi con la stessa elite mondialista) sono stati convinti a svendere ulteriormente le proprie risorse e ad indebitarsi per cifre esorbitanti, al fine di poter costruire mega infrastrutture sul modello occidentale, il più delle volte destinate a rimanere sottoutilizzate, dopo avere determinato gravissimi danni agli equilibri ambientali. Le piccole industrie, che producevano beni di consumo semplici, destinati al consumo della popolazione locale, sono state sotituite da mega industrie inquinanti ed energivore, spesso di proprietà delle multinazionali occidentali impegnate a delocalizzare la propria produzione in paesi che potessero offrire legislazioni di comodo e manodopera a bassissimo costo.
Le colture di sussistenza che contribuivano a sfamare le polazioni locali, sono state estirpate per far posto alle monocolture intensive, in larghissima parte destinate all'esportazione. La cosidetta "rivoluzione verde", spacciata sotto le mentite spoglie della solidarietà pelosa, ha di fatto trasformato milioni di contadini che vivevano del proprio raccolto in milioni di "contadini poveri" dipendenti in tutto e per tutto dalle quotazioni della propria monocoltura di riferimento nelle borse internazionali. Dopo averli fatti indebitare per l'acquisto dei macchinari agricoli e dei pesticidi e in un secondo momento anche delle sementi ogm che erano state rese indispensabili.
La pesca tradizionale, praticata rispettando i pricipi ecologici che preservavano la riproduzione e proteggevano le riserve di pesce, finalizzata a sfamare le famiglie locali è stata sostituita dalla pesca moderna con reti a strascico (spesso finanziata da programmi di aiuto internazionali) assai più distruttiva e letale per le riserve di pesce. I pescatori tradizionali che attraverso il loro lavoro sfamavano le proprie famiglie, si sono così trasformati in pochi decenni in dipendenti sottopagati al soldo di compagnie di pesca straniere che avevano come unico scopo il profitto immediato, potendo trasferirsi altrove nel momento in cui le acque non sarebbero state più produttive. E questo sarebbe avvenuto molto presto, anche con la complicità dei pesticidi e degli scarichi velenosi determinati dalle industrie di "nuova generazione".
Le foreste tropicali, abitate dai popoli indigeni usi a praticare le coltivazioni a rotazione, sono state oggetto di una pesantissima deforestazione, conseguente all'abbattimento massiccio degli alberi da parte delle società transnazionali legate all'industria del legname e dei mobili o degli allevamenti intensivi destinati alle catene di fast foods americane. Basti pensare che solamente tra il 1900 ed il 1965 la metà della superficie occupata dalle foreste nei paesi "in via di sviluppo" è stata disboscata, mentre nei decenni successivi il ritmo della deforestazione è stato ancora superiore, con la conseguenza di aver privato milioni di persone dei propri strumenti di sussistenza, oltre ad avere causato danni ecologici incalcolabili.
Negli ultimi decenni del 900 i cittadini del terzo mondo, che per secoli avevano vissuto in comunità in gran parte autosufficienti, praticando la coltivazione e la pesca, con un'industria manifatturiera su piccola scala, basata sulle risorse locali ed in grado di rispondere alle esigenze ed ai bisogni di una società "semplice" in armonia con l'ambiente naturale, avevano visto il proprio ambiente stravolto in maniera tanto radicale quanto irreversibile. Avevano perso tutte le coordinate con le quali orientarsi, non possedevano le risorse per vivere e fare fronte ai nuovi bisogni indotti dalla propaganda dei paesi "sviluppati" ed iniziavano a sognare di trasferirsi nelle sfavillanti metropoli che vedevano in televisione.




I mass media, la TV ed internet


La creazione "dell'uomo nuovo" e più in generale l'intero processo di globalizzazione, non sarebbero stati possibili senza tutta una serie di strumenti che permettessero di superare le differenze culturali, le tradizioni, gli stili di vita, le peculiarità che ancora distinguevano profondamente gli uomini l'uno dall'altro, rendendoli un qualcosa di estremamente eterogeneo, difficilmente omologabile in uno standard globale come quello voluto.
Già subito dopo la fine della seconda guerra mondiale la musica ed il cinema "americani" iniziarono ad invadere l'Europa, contaminando culture profondamente estranee a quella statunitense, ma il vero strumento principe della globalizzazione fu senza dubbio la TV ed in un secondo tempo la TV satellitare.
La diffusione massiccia della televisione fu la vera chiave di volta che ampliò a dismisura gli orizzonti della popolazione, prima occidentale e poi mondiale, rendendo l'individuo cittadino di un mondo che fino a quel momento gli era estraneo. Attraverso la TV, a prescindere dal fatto che si trattasse di un telefilm americano, di pubblicità, di un festival della canzone, di un telegiornale, di un documentario o di un programma d'intrattenimento, le persone vennero vezzeggiate, coccolate ed istradate a nuovi usi e costumi, nuove realtà, nuovi modi di pensare, nuove mode (spesso di derivazione americana), nuove sensibilità, sempre declinati sul piano inclinato della modernità, necessaria ed uguale per tutti. Presente in ogni casa ed accesa per sempre più ore al giorno, la TV non ha tardato a manifestarsi come il migliore strumento di orientamento del pensiero, dei costumi, dei modelli sociali e delle sensibilità, consentendo a chi ne ha gestito i contenuti di plasmare prima milioni e poi miliardi di persone, prendendole per mano e portandole nella direzione voluta. Grazie a decenni di film e telefilm statunitensi per molti italiani, città come New York o Chicago risultano essere molto più "familiari" di quanto non lo siano Roma o Milano, feste come Halloween sono diventate patrimonio di culture alle quali non appartenevano, gli stravizi e le feste folli dei college americani sono riusciti a contaminare realtà scolastiche profondamente differenti rispetto a quella di oltre oceano. Per non parlare del linguaggio, ormai trasformatosi in una sorta di slang americanizzato, tanto nell'ambito dei rapporti sociali, quanto in quello professionale. Dove si organizzano
briefeng, si va a fare l'happy hour, si compra il ticket, si pubblicizza un brand, occorre fare la spending review, si scrive un abstract, si acquistano viaggi all inclusive, si crea audience, si curiosa nel backstage, si partecipa ad una convention, si usufruisce di un benefit, si fa un break, si valorizza il proprio core business, si paga cash, si prenota un catering, si va all'ospedale per un check up, si porta avnti una class action e via discorrendo. Ma la Tv non è solamente film, telefilm ed intrattenimento, bensì anche informazione, sempre più in tempo reale, destinata a portare "il mondo" in casa a tutte le ore della giornata, costruendo di fatto la realtà secondo i dettami di chi la gestisce per conto terzi, naturalmente di concerto con la carta stampata e le trasmissioni radiofoniche.
A cavallo degli anni 90 del secolo scorso la TV compie un passo decisivo, con l'avvento del satellitare che le permette di assumere una dimensione trasnazionale, raggiungendo tutti quei paesi del "terzo mondo" e dell'ex blocco sovietico dove gli abitanti, affamati di Occidente, non tardano a dotarsi degli apparecchi necessari a ricevere il segnale. Anche loro potranno gustare i telefilm americani e posare gli occhi sulle fantasmagoriche metropoli brulicanti di luce e di vita, vedere i loro connazionali giocare nei miliardari campionati di calcio europei, portare a casa qualche briciola di quel mondo "moderno", sfavillante, ricco di promesse e di prospettive come suggeriscono le immagini patinate della pubblicità. Anche loro potranno ottenere informazioni dal mondo e conoscere la realtà nella forma in cui è stato deciso che essa esista. Ma soprattutto anche loro potranno fare propri usi e costumi che gli erano completamente estranei ed assimilare una "non cultura" che possa sostituire la loro, ormai persa durante i decenni precedenti.
In concomitanza all'avvento del satellite la TV inizia a cambiare pelle anche nell'ambito dei contenuti, destinati a diventare sempre più globali e globalizzanti. Le trasmissioni d'intrattenimento vengono confezionate in format destinati ad essere venduti in decine e decine di paesi differenti, l'informazione si standardizza sempre più, non solo nel contenuto, ma anche nei tempi e nei modi in cui viene portata. La TV si fa sempre più globale, rivolgendosi ormai a miliardi di persone che ne seguono fedelmente il percorso, accettando supinamente di venire omologate.
Se la TV si è distinta come lo strumento principale della globalizzazione, non meno importante è stato l'apporto di internet alla "causa", a partire dai primi anni del nuovo secolo, in concomitanza con la diffusione sempre più massiccia del computer, non solo in Occidente, ma anche nei cosidetti "paesi in via di sviluppo". A differenza della televisione la rete è uno strumento interattivo, dove l'utente non si limita ad essere spettatore passivo, ma al contrario scrive e si rapporta con gli altri tramite il web. La creazione del mondo virtuale, senza confini ed omnicomprensivo, dove ciascuno di noi può scegliere un alias e ridisegnare un nuovo sé stesso attraverso il quale rapportarsi all'interno dei social network, sicuramente risulta essere funzionale ad una nuova visione del "mondo", deprivata dagli usi e costumi tradizionali e al tempo stesso molto vicina all'icona del villaggio globale tanto cara all'elite mondialista. Proprio i social network, con Facebook, Instagram e Twitter a tirare la cordata, incarnano meglio di ogni altro strumento lo spirito "dell'uomo nuovo", sempre connesso nel villaggio virtuale, dove non esistono confini e differenze, ma sempre più solo nel mondo reale, dove sta perdendo la propria identità, i legami familiari, la capacità di rapportarsi con gli altri in maniera costruttiva, la consapevolezza delle proprie origini e della propria umanità. Proprio sui social network sempre più spesso gli uomini politici ed i vip fanno i propri annunci, che verranno poi ripresi dalle TV e dai giornali, diventando a loro volta notizie di notizie, in un circolo vizioso dai ritmi sempre più sincopati.
Ma la rete non è solamente social network, bensì anche informazione, una valanga d'informazione di ogni genere e di ogni provenienza della quale si può fruire a proprio piacimento in qualsiasi momento della giornata. Dove accanto alla poca "buona informazione" costruita attraverso l'impegno e la fatica degli utenti, dilaga la tanta "cattiva informazione" dispensata da quegli stessi media che gestiscono le TV ed i giornali. Il risultato è quello di una massa d'individui costretti a gestire mentalmente una marea d'informazioni superficiali e spesso fuorvianti, ma totalmente incapaci di approfondire qualsiasi argomento, dal momento che proprio la superficialità e la fretta sono le parole d'ordine attraverso le quali navigare in internet. Anche in questo caso internet si presta a plasmare lo spirito "dell'uomo nuovo", forte del convincimento di essere iper informato su qualsiasi argomento e di conoscere tutto, ma totalmente incapace di comprendere come la propria onniscienza sia costituita esclusivamente da una massa di nozioni usate per costruire una realtà a suo uso e consumo che non è più reale di quanto possa esserlo un serial TV.


Le "guerre preventive", l'effetto disgregazione e le rivoluzioni colorate


La prima fu quella " del Golfo" nel 1990 contro l'Iraq di Saddam Hussein, l'ultima potrebbe essere (ma speriamo di no) quella contro la Siria di Assad, passando attraverso la guerra nella ex Jugoslavia, l'invasione dell'Afghanistan, la definitiva conquista dell'Iraq, la distruzione della Libia di Gheddafi. Tutte guerre "preventive" portate dall'elite mondialista occidentale, sotto la guida degli USA e di organismi internazionali di comodo come l'ONU e la NATO, contro stati sovrani dallo spiccato carattere nazionalista, poco propensi ad abbracciare il mito della globalizzazione. Tutti stati dagli equilibri interni particolarmente delicati a causa della convivenza di varie etnie e gruppi sociali che i governi esistenti erano riusciti a ricomporre non senza difficoltà. Tutti paesi che dopo i bombardamenti e l'invasione hanno perso ogni equilibrio, andando incontro alla completa disgregazione, degenerata in guerre tribali, terrorismo, sangue e distruzione, costituendo terreno fertile per la globalizzazione e l'emigrazione di massa della popolazione locale.
Ma non sempre per abbattere uno stato sovrano il cui governo si manifestava riluttante a collaborare con l'elite mondialista, disgregare il paese e gettarlo nel caos, prima di sostituire il leader poco collaborativo con un fantoccio di comodo, sono stati necessari bombardamenti ed invasioni. Molto spesso sono state sufficienti le "rivoluzioni colorate", inaugurate dalle rivoluzioni d'autunno nel 1989, quando Solidarnosc prese il potere in Polonia, Ceausescu fu prima deposto e poi ucciso in Romania, ed i governi preesistenti vennero rovesciati in maniera "pacifica" nella Germania Est, in Cecoslovaccia, Ungheria, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania. E poi proseguite nei decenni successivi, in Serbia nel 2000, in Georgia nel 2003, in Ucraina nel 2004, in Kirghizistan nel 2005. Per finire con la "Primavera araba" del 2011 che coinvolse fra gli altri la Tunisia, l'Egitto, la Libia di Gheddafi (poi ucciso durante l'invasione occidentale) e la Siria, dove Assad riuscì a resistere solamente grazie all'appoggio della Russia e allo stoicismo del suo popolo che si strinse intorno a lui. Ultima in ordine di tempo la rivoluzione ucraina del febbraio 2014, culminata con la cacciata del presidente in carica Yanukovich, colpevole di non avere mostrato sufficiente condiscendenza nei confronti della UE. Una rivoluzione che ha di fatto tagliato in due il paese, provocando forti attriti fra la UE, spalleggiata dagli Stati Uniti e la Russia, determinando una lunga scia di sangue tuttora in atto.
Attraverso una lunga serie di guerre preventive e rivoluzioni colorate, l'elite mondialista è riuscita dunque ad ottenere negli ultimi decenni la disgregazione di un gran numero di stati sovrani, imponendo di fatto con l'uso della forza o con il sotterfugio l'eliminazione di confini scomodi, di culture refrattarie al "cambiamento", di tradizioni in contrasto con il disegno globalizzatore e creando l'humus necessario affinché potesse realizzarsi nella sua completezza il disegno stesso.


Le crisi economiche e il fenomeno migratorio


Solamente con l'avvento del nuovo millennio, dopo tanto duro lavoro, i tempi erano maturi perché il processo di globalizzazione potesse entrare pienamente a regime, iniziando a dare i propri frutti.
Nei paesi occidentali una lunga serie di crisi economiche e finanziarie, create a tavolino, aveva privato le popolazioni di tutte le proprie certezze e anche di buona parte dei loro diritti e delle loro risorse. La disoccupazione era salita progressivamente a livelli sempre più alti, il potere di acquisto dei salari risultava in caduta libera, l'ambizione di "costruire un futuro migliore" stava lasciando il passo a quella di tentare di mantenere il proprio tenore di vita e ben presto sarebbe stata sostituita da quella di riuscire a sopravvivere con un minimo di dignità. I governi si erano ormai ridotti al ruolo di meri passacarte al servizio di banche e multinazionali e imponevano senza sosta le politiche di rigore imposte dall'elite mondialista. Tutti i punti fermi attraverso i quali le persone erano abituate ad orientarsi da sempre venivano smantellati, ad iniziare dall'istituzione della famiglia, del "posto di lavoro fisso", del rapporto di coppia uomo - donna e più in generale di tutti gli usi e costumi e le peculiarità che le differenziavano le une dalle altre.
Le metropoli e le grandi città avevano smesso di crescere, la chiusura delle industrie, molte delle quali delocalizzate nei paesi del "terzo mondo", trasformava vaste aree urbane (e talvolta perfino intere città come Detroit) in quartieri dormitorio degradati dove crollava il valore degli immobili, spesso bruciando senza pietà i risparmi di una vita. Sempre più persone "convinte" nei decenni precedenti a contrarre pesanti mutui per acquistare le proprie case si ritrovavano nell'impossibilità di fare fronte ai pagamenti. Il lavoro si trasformava sempre più da fisso a precario, allargando a dismisura la categoria dei "nuovi poveri" costretti ad arrabattarsi fra un'occupazione saltuaria e l'altra, senza alcuna ambizione che potesse prescindere dalla mera sopravvivenza.
L'uomo occidentale si scopriva sempre più solo, sempre più privo di coordinate atraverso le quali orientarsi, sempre più incapace di costruire il reddito necessario a soddisfare i bisogni indotti dai modelli di vita imposti dalla pubblicità, senza più un'identità, senza qualcosa in cui credere che non fosse il denaro e il successo, mentre anche il denaro ed il successo stavano diventando dei miraggi.
I cittadini dei paesi dell'ex blocco sovietico si sono ormai in larga parte omologati con quelli occidentali, molti di loro sono emigrati o emigrano verso ovest, molti altri hanno parzialmente migliorato il proprio tenore di vita lavorando nelle aziende delocalizzate in patria. Hanno realizzato il proprio "sogno occidentale" ma stanno anche rendendosi conto di come nei fatti si tratti di un'esperienza onirica di cartapesta.
Gli abitanti del terzo mondo hanno ormai rotto gli argini e inseguendo le promesse accattivanti portate dalla TV satellitare, decidono di emigrare in massa dentro al mondo rappresentato in quegli schermi. Con la complicità dei trafficanti di esseri umani, dei professionisti dell'accoglienza (nascosti sotto la bandiera della solidarietà pelosa) impegnati a gestire un traffico assai più redditizio di quello della droga e dell'elite mondialista che ha disperatamente bisogno di loro, si imbarcano a centinaia di migliaia su barconi fatiscenti o danno vita via terra ad un esodo disperato e disperante, durante il quale molti di loro perdono la vita.
Sono il "materiale umano" di cui la globalizzazione ha bisogno per livellare al ribasso i salari dell'Europa intera, per praticare l'eutanasia degli ultimi diritti che ancora sopravvivono, per sradicare definitivamente le identità, gli stati sovrani, le tradizioni e le differenze.


Secondo i dati forniti dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni nei soli primi 9 mesi del 2015, sarebbero stati 432.000 i migranti arrivati in Europa dal Mediterraneo, più del doppio di quelli sbarcati nell'intero 2014. Stando ai numeri forniti da Amnesty international nella sola Grecia, nei primi 9 mesi del 2015 sarebbero sbarcati circa 200.000 migranti, con un rapporto di un migrante ogni 70 abitanti locali. Il vice-cancelliere tedesco Sigmar Gabriel ha dichiarato che nei prossimi anni la Germania dovrà farsi carico di almeno un milione di "profughi" richiedenti asilo.
Questi sono solo alcuni numeri, estrapolati dai giornali degli ultimi mesi, che dimostrano come l'esodo degli emigrati verso l'Europa stia diventando sempre più significativo, ma non ancora così significativo come l'elite mondialista vorrebbe.
L'economista
Leonid Bershidsky, in un articolo pubblicato su Bloomberg, dove vuole arrivare l'elite mondialista (della quale senza dubbio è al servizio) dimostra di averlo capito perfettamente, quando dichiara candidamente che l'Europa avrebbe bisogno di accogliere (o forse sarebbe meglio dire deportare) almeno 250milioni di migranti entro il 2060, praticamente un terzo della sua intera popolazione attuale. Bershidsky attraverso complesse calcolazioni tanto care agli economisti tenta di dimostrare come un "sacrificio" di questo genere sarebbe necessario per "salvare" le pensioni future dei cittadini europei, nell'evidente intenzione di dare di un fenomeno come quello dell'immigrazione di massa una visione positiva e per alcuni versi quasi salvifica. Mente spudoratamente sulle reali ragioni per cui è stato innescato il fenomeno, ma si dimostra assai efficace nel descrivere le dimensioni e la portata globale dello stesso in quello che è il piano della globalizzazione.
Come non domandarsi con quali prospettive un continente in profonda crisi economica, che non riesce più a fornire gli strumenti per una sopravvivenza dignitosa alla propria popolazione potrebbe mai accogliere una simile marea di profughi, permettendo loro di vivere dignitosamente? E come non domandarsi che fine faranno nel prossimo futuro i paesi dai quali i migranti provengono, privati di larga parte della propria popolazione in età lavorativa, emigrata in Occidente in cerca di fortuna?








"L'uomo nuovo" è ormai una realtà


Al termine di tutto questo percorso l'uomo nuovo è ormai diventato una realtà concreta e risulta del tutto aderente al disegno che l'elite mondialista aveva in mente quando più di mezzo secolo fa iniziò a costruirlo con pazienza. Si tratta del cittadino del mondo, una figura apolide, priva di qualsiasi senso di appartenenza, senza alcuna cultura di riferimento, senza valori e senza tradizioni, con legami familiari e affettivi in via di dissolvimento, interscambiabile con gli altri come può esserlo un pezzo di ricambio, sopravvivente all'interno di una vita ad interim, senza diritti e coordinate con le quali orientarsi, alla perenne ricerca dei mezzi economici che possano permettergli di acquistare i beni di consumo imposti dalla pubblicità e altrettanto perennemente frustrato dall'impossibilità di poterlo fare.
L'uomo nuovo potrà essere spostato a piacimento all'interno del villaggio globale, laddove risulta essere più utile la sua presenza, dal momento che in mancanza di un'identità e di una famiglia non esiste alcun senso di radicamento. Potrà essere pagato il "meno possibile", poiché la sua interscambiabilità ha pregiudicato qualsiasi capacità di contrattare il proprio salario ed è impotente di fronte all'arma del ricatto occupazionale. Potrà essere manipolato a piacimento, grazie al fatto che una persona deprivata della cultura di riferimento e delle tradizioni è come un foglio bianco sul quale i media e l'orientamento del pensiero hanno modo d'imprimere qualsiasi cosa risulti funzionale ai progetti dell'elite mondialista. Non sarà in grado di fare valere i propri diritti, di protestare e di opporsi, dal momento che l'uomo merce è una figura atomizzata, totalmente incapace di aggregarsi con gli altri, eternamente in competizione con il proprio vicino e irrimediabilmente sola anche in mezzo alla calca.
Non si opporrà alle decisioni calate dall'alto, perché convinto che vengano prese per il suo bene, accetterà supinamente il proprio destino, così come lo fa una merce che deve essere costruita, venduta, usata e poi gettata via quando risulta non essere più utile. Si mostrerà sinceramente convinto di essere libero ed informato e si professerà felice di appartenere al villaggio globale, vero simbolo della modernità, senza confini, senza differenze, senza retaggi del passato, senza inutili tradizioni e discriminazioni di sorta, ma purtroppo anche senza più una briciola di umanità, dal momento che fra la merce e l'uomo che intendesse essere tale qualche differenza dovrebbe esserci per forza.




4 commenti:

Marina ha detto...

ANALISI IMPECCABILE.... ahimè

Maurizio 59 ha detto...

Ciao,

a casa con 4 costole rotte ho trovato il tempo per andare a leggere qualcosa sui blog dei vecchi amici: questo pezzo è da incorniciare per sintesi e lucidità.

Un abbraccio e ti auguro ogni bene,

Maurizio

marco cedolin ha detto...

Ti ringrazio Maurizio, ma mi dispiace per le coste rotte, spero tutto bene, cosa è capitato?

Maurizio 59 ha detto...

Caduta dalla bici... così imparo a non inquinare! :-)

Rimandami poi il tuo indirizzo email, che ho avuto qualche impiccio con il vecchio Outlook...

mi trovi su gasparellomaurizio@gmail.com

Buona serata,

Maurizio